Revistes Catalanes amb Accés Obert (RACO)

Colore delle parole e temperatura dei silenzi nel teatro di Eduardo

Anna Barsotti

Resum


«E chisto è ’o punto», per Eduardo, restituire alle parole il proprio colore, così come alle cose e ai gesti, resistere all’omologazione delle lingue che genera automatismo e imbroglio. Il suo è, dunque, un teatro di contraddizione, che incorpora il variopinto linguaggio della scena per innovarlo dall’interno, agendo da diritto e da rovescio sui prodotti artistici della nuova drammaturgia e della nuova recitazione. Il fenomeno emerge fin dagli anni Trenta, del mitico «blocco» I De Filippo; anni di sperimentazione laboratoriale, di continuità-discontinuità con la famiglia-compagnia d’origine, da cui prendere le distanze per fondersi nell’organismo della Compagnia Umoristica. Il fratello maggiore più inquieto (e attratto anche da Pirandello) comincia già a sperimentare, negli ambigui «giorni pari», quella tecnica dell’affabulazione e dei silenzi, che diventerà fondamentale nel Teatro di Eduardo con Titina, dopo la traumatica fuga del solista della comicità Peppino. Dalla metà degli anni Quaranta in poi quella tecnica, sostanziando la «trinità eretica» propriamente eduardiana —drammaturgia d’attore, mondo dialettale e teatro in lingua—, diventa l’elemento guida d’una contraddizione scenica diversa, ma sempre più evidente. Nei «giorni dispari», là dove il rapporto fra individuo e società non si ricostituisce prevalgono nell’arte della recitazione e della commedia del Grande Giuocoliero i monologhi, le pause, l’afasia ovvero il parlare senza le parole; perché nel suo romanzo teatrale, attraversato dal cuneo della comunicazione difficile, non solo dire ma anche non dire è fare. Grazie al colore emotivo delle parole, alla temperatura —calda o fredda— dei silenzi, i problemi del teatro del mondo s’incarnano o, se si preferisce, si denunciano.

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